La storia dei Grizzlies

di Marco Volterra


Sezione 1

1980-'81 - prima della fondazione

Capitolo 1

1980 - i Lupi campioni d'Italia

Capitolo 2

1981 - il secondo campionato LIF

Capitolo 3

il confronto con l'AIFA

Capitolo 4

chi è nato prima?

Capitolo 5

 la DIASPORA


Sezione 2

1981 - la fondazione

Capitolo 1

 il nome

Capitolo 2

 Trescas vs Tecnici

Capitolo 3

 il primo allenamento di Stefano Cicinelli

Capitolo 4

 le divise, finalmente!


Sezione 3

1982 - il primo campionato - girone di andata

Capitolo 1

 gli stranieri

Capitolo 2

 l'esordio: i Warriors

Capitolo 3

 la prima in casa: i Redskins

Capitolo 4

 la conferma: le Aquile

Capitolo 5

 alla conquista di Milano

Capitolo 6

 la PARTITA

Capitolo 7

 ... sconfitti!

Capitolo 8

 l'ultima di andata: i Falchi


Sezione 4

1982 - il primo campionato - girone di ritorno

Capitolo 1

 i Guerrieri nella tana dell'orso

Capitolo 2

 trasferta a Verona

Capitolo 3

 la battaglia di Ferrara

Capitolo 4

 appuntamento con la storia

Capitolo 5

 ... l'apoteosi ...

Capitolo 6

 ... verso i playoff


Sezione 5

1982 - 2008

epilogo


Sezione 1

1980-'81 - prima della fondazione


Capitolo 1

1980 - I Lupi campioni d'Italia

 

 

... alla fine ci ritrovammo a giocare sul campo di Castelgiorgio tra di noi: tutti amici, tutti provenienti dallo stesso campo di allenamento ma, per esigenze di spettacolo e, forse, di business, con le maglie diverse di Diavoli, Gladiatori, Lupi e Tori.

Poco importava che la mia squadra, i Lupi, si potesse fregiare del titolo di "Campioni d'Italia".

Molte volte ci chiedevamo che senso avesse praticare uno sport di cui non ne sapevamo nulla, "buttati" su un campo senza una preparazione specifica e con attrezzature rimediate, senza conoscere le regole né le tecniche corrette di questo sport: chiaramente la voglia di confrontarci con il nuovo era grande, quindi continuavamo ad andare in campo, tralasciando i nostri dubbi, perché non avevamo alternative e perché, in fondo ... era divertente!

 

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Capitolo 2

1981 – il secondo campionato LIF

 

Arrivò il secondo campionato e la mia squadra, i Lupi campioni in carica, si trovò a scontrarsi con i Gladiatori del nuovo corso imbottiti di giocatori USA provenienti dalla base NATO di Napoli. 

Nella mia stessa squadra militava Marco Pietrangeli il cui padre, Nicola, da grande uomo di sport quale era si rese conto, assistendo ad un derby fra le due compagini, dell'incredibile divario tecnico esistente tra i due team. 

Alla fine della partita ci prese da parte dicendo che odiava perdere né sopportava di assistere alla sconfitta di una squadra, la nostra, che si reggeva solo sull'agonismo, proponendosi infine di assisterci nel ruolo di supervisore.

L'entusiasmo che seguì pervase il nostro ambiente: con un simile supervisore (per noi era già "il Presidente") il futuro sarebbe stato senz'altro roseo ma ... 

... nessuno aveva preso in considerazione che la LIF era un giocattolo esclusivo di Bruno Beneck, e che questi non lo avrebbe mollato a nessun prezzo!

 

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Capitolo 3

il confronto con l’AIFA

 

Venne la prima partita della Nazionale LIF contro l'allora Germania Federale e per la prima volta ci rendemmo conto che forse quello che giocavamo noi era una cosa un po' diversa dal real football. I tedeschi ci diedero una lezione di disciplina e di tecnica ma furono tenuti a bada dalla solita rocciosa difesa che, come da tradizione, con l'aggressività e la "cattiveria" limitò di molto i danni.

La partita di ritorno venne programmata all'Arena di Milano: nella tana dell' AIFA (Associazione Italiana Football Americano) presieduta dal grande Giovanni Colombo; i nostri avversari non si presentarono, a causa di una organizzazione alquanto precaria, lasciandoci alla mercé degli sberleffi dei vari giocatori del nord accorsi in gran numero per assistere all'evento. All'uscita degli spogliatoi solo grazie all'opportuno dispiegamento di forze dell'ordine si evitò la rissa ... fu la prima fiamma ad accendere la voglia di un confronto, sul campo, con quelle squadre del nord di cui sentivamo tanto parlare ma di cui, in realtà, non sapevamo assolutamente nulla.

Intanto l'AIFA (meglio strutturata poiché oltre ad un Presidente aveva un Consiglio Direttivo) prese accordi per disputare due incontri  in Germania fra la selezione di quel paese e quella italiana composta da un gran numero di Rhinos ed alcuni fra Rams, Frogs, Giaguari Torino ed Aquile Ferrara: beh, i nostri rivali andarono su e li bastonarono a dovere! ...

Fu l'ennesimo smacco per noi superman nostrani!

 

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Capitolo 4

chi è nato prima?

 

A Roma Nicola Pietrangeli tentava, a più riprese, di convincere Beneck che la strada di una fusione fra le squadre LIF, allo scopo di affrontare le squadre del nord, avrebbe rappresentato un importante banco di prova per il football romano; purtroppo dovette constatare di ritrovarsi davanti ad un muro: per il presidente della LIF il football era cosa sua, quelli del nord erano arrivati dopo quindi non se ne faceva nulla!

In realtà Colombo con le sue Pantere Rosa di Piacenza, poi trasferitesi a Milano con il nome di Rhinos, ed un gruppo di ragazzi di Gallarate, i Frogs, erano arrivati prima della LIF: tant'è vero che queste due compagini diedero luogo, il 25 giugno 1978, alla prima partita di football americano fra compagini interamente composte da atleti italiani.

La pretesa di far risalire al 1973 la nascita della prima squadra italiana di football è molto azzardata: nell'ambito del progetto IFL (Intercontinental Football League), che il miliardario americano Bob Kap tentò di sviluppare in Europa con l'aiuto di Beneck, nacquero  i Vienna Lipitzer, gli Amsterdam Clippers, i London Big Ben, i Monaco Bears, i Toreros Madrid e la prima franchigia italiana della storia: i Roman Gladiators.

Dall'archivio storico della FIAF:  " ... Il progetto di Kap, troppo faraonico, si arena prima ancora di mettere in campo anche un solo atleta, per cui la fondazione dei Gladiatori resta tale solamente sulla carta ... ".

Mentre a Roma si litigava a Santa Margherita Ligure si disputava il primo Superbowl italiano e le squadre del nord venivano invitate a partecipare ai tornei delle basi NATO, conseguendo risultati sicuramente più apprezzabili del sonoro 42 a O rimediato l’anno precedente dalla selezione LIF contro i South Lions della base NATO di Napoli.

 

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Capitolo 5

la DIASPORA

 

Beneck si era accorto del malumore serpeggiante fra gli atleti dei team romani: i suoi collaboratori cercavano di tenere unite le fila dei giocatori, rendendosi conto che, al di fuori della LIF e di Castelgiorgio, difficilmente avrebbero potuto conservare un ruolo da protagonisti.

Alla fine del torneo si tentò di organizzare una serie di partite contro "alcune" basi NATO (sempre la stessa: i South Lions di Napoli) ... come per un copione già visto alla prima occasione gli americani non si presentarono: fu la classica goccia ...  negli spogliatoi di Castelgiorgio si consumò ... LA DIASPORA.

Tra un inveire contro il presidente ed i suoi collaboratori, ed accese discussioni fra giocatori, riuscii a prendere la parola spiegando, in pochi minuti, qual'era l'unica via da seguire: l'entusiasmo e la disponibilità della maggioranza degli atleti di entrambe le compagini diedero il via ad un progetto "squadra Roma" che avrebbe partecipato all'unico vero campionato di football italiano.

Partimmo per Milano certi di essere accolti con freddezza, invece fummo accolti a braccia aperte ed addirittura invitati presso la sede dell’AIFA, il mitico Hotel Manin di proprietà di Giovanni Colombo (anche presidente dell'Unione Albergatori Italiani), per assistere al Superbowl XV (Oakland Raiders 27 - Philadelphia Eagles 10).

L'inizio era decisamente incoraggiante!

 

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Sezione 2

1981 - la fondazione


 

Capitolo 1

il nome

 

Dal mese di settembre le riunioni si susseguirono al ritmo di 5 a settimana nei luoghi più disparati, dagli eleganti salotti del Circolo Canottieri Roma alla cantina di Chicco Di Segni: organizzare presto e bene era la parola d’ordine e noi sicuramente non ci risparmiavamo.

Sapevamo che questa era l’unica occasione per far nascere un nuovo movimento sportivo in questa città.

Giunse la notizia che Nicola Pietrangeli era stato contattato dalla casa farmaceutica Pierrel per avere notizie sulla nostra squadra ... già la nostra squadra ... che si chiamava??? Sì perché in realtà la nota casa farmaceutica doveva lanciare un prodotto, esattamente un integratore, che si sarebbe chiamato G1000 RECORD, quindi era necessario un nome che iniziasse con la G.  

Inizialmente il team si sarebbe dovuto chiamare RAZORBACKS, ma la Pierrel ci scombussolò tutto. Scontatissimo GIANTS, esistenti GIAGUARI ... il nome proprio non usciva fuori. Assistendo in TV ad uno Sugar Bowl fra Alabama Crimson Tide e Clemson Tigers rimasi affascinato da quelle zampe sulle maglie e sul casco: il logo doveva essere quello! Quale animale delle foreste era considerato simbolo di forza e di maestosità se non il GRIZZLY? Alla riunione seguente portai la mia proposta e fu un vero e proprio plebiscito, avevamo finalmente un nome: i GRIZZLIES!

Partimmo per Milano alla volta della Pierrel dove presentammo il layout di una zampa incorniciata dalla scritta G1000 RECORD FOOTBALL.

 

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Capitolo 2

Trescas vs Tecnici

 

Ad ottobre prendemmo in affitto il campo Gentili sulla via Cassia oltre il G.R.A., un campo di calcio in pura pozzolana romana, collocato in fondo ad un vallone: temperatura invernale oscillante fra +2° e –3°, ottima per temprare il fisico e la mente in attesa di partecipare al prossimo campionato AIFA ... e molto ci temprammo dato che la media degli infortuni raggiunse cifre allarmanti a causa di tre fattori: il freddo, il campo e, più importante di tutti, la totale mancanza di attrezzatura che, nonostante ci conoscessimo tutti da una vita, non ci impediva di praticare un gioco molto duro.

All’interno del gruppo dei giocatori “veri” si crearono due correnti di pensiero: i TRESCAS, capitanati dall’immarcescibile Fabio Annoscia (Er Tresca) Linebacker temibilissimo sul campo ma  soprattutto fuori dal campo, la cui filosofia si poteva riassumere in queste sue parole “a frate’ ammazzamo ‘sti balordi dell’attacco” (fratelli percuotiamo i nostri amici dell’attacco). Dall’altra parte si contrapponevano i TECNICI che vedevano come loro rappresentante Enrico “Chicco” Di Segni, valente Runningback, già da allora profondo conoscitore dello sport football, avendo vissuto negli USA per qualche tempo.

Gli scrimmage erano di una ferocia mostruosa e chi soccombeva, fra le due fazioni, era atteso da un amaro fine settimana di presa per i fondelli.

Per porre fine a questa epidemia di infortuni si decise di trovare un allenatore, ma a Roma, a parte qualche giovane marine volenteroso, non si trovava nulla. Trovammo comunque un preaparatore atletico nella persona di Riccardo Pavone, già in forza alla Lazio Baseball nello stesso ruolo. Questi ci fu imposto da Nicola Pietrangeli per fare in modo di farci arrivare interi all’inizio del campionato.

Pavone era uno sportivo all’antica: tutto disciplina e ginnastica; dopo un primo periodo in cui fu visto come un usurpatore, venne poi accolto come solo noi romani sappiamo fare, e fu uno degli uomini che segnò la nostra storia ed il nostro cammino.

 

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Capitolo 3

il primo allenamento

di Stefano Cicinelli

 

Ricordo il primo allenamento ufficiale al Gentili: rimasi meravigliato per il numero di ragazzi che vi partecipavano, eravamo almeno un centinaio.

Ci divisero in gruppi: da una parte i giocatori “veri”, quelli che avevano fatto esperienza nella LIF, ai quali vennero aggregati alcuni atleti provenienti dal rugby e quelli fisicamente più dotati, dall’altra i “nuovi” fra cui alcuni pischelli che avevano già  partecipato a qualche allenamento con la giovanile dei LUPI durante l’inverno precedente.

Stavamo lì a guardarci l'un l'altro, senza sapere cosa fare, quando uno dei "vecchi" si staccò dal proprio gruppo per prendersi cura di noi; rimasi immediatamente impressionato da quest'ultimo non tanto per il fisico, possente e asciutto, quanto dagli occhi: due "fanali" di un azzurro intenso che sprigionavano una forza ed un carisma incredibili; ma soprattutto mi resi subito conto della sicurezza che dimostravano e la capacità di trasmettere tale sicurezza dentro ciascuno di noi. 

Fabio "Er Tresca" Annoscia si presentò a noi "pischelli", ammiccando verso il gruppo dei “vecchi” con le seguenti parole: “Nun li guardate, nun valgono ‘n c****, voi diventerete più forti!". 

Avevo appena conosciuto l’uomo a cui avrei affidato incondizionatamente la mente e il fisico per gli anni a venire ed avevo già deciso che il suo ruolo sarebbe stato anche il mio: Linebacker.

Ci divise in coppie senza alcun criterio logico, dato che dal basso dei miei 70 kg. e 180 cm. dovetti apprendere i primi rudimenti del football americano contro tale Ciclope (poi soprannominato "il massacratore"), un centinaio di kg. di stazza per circa 195 cm. di altezza; mi resi subito conto che era uno sport duro, ma la cosa preoccupante era che ... mi piaceva!

 

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Capitolo 4

le divise, finalmente!

 

Venne Novembre e le priorità si focalizzarono sul reperimento dell’attrezzatura necessaria, introvabile in Italia, se non a Milano ma con prezzi esorbitanti: vestire 60 ragazzi, tanti eravamo, dalla testa ai piedi rappresentava un costo insostenibile ma avevamo un’arma vincente: il nostro presidente! Nicola Pietrangeli attivò le proprie conoscenze in America riuscendo a strappare una promessa ad un pezzo grosso dello sport made in USA ed arrivammo dove nessuno poteva neanche lontanamente immaginare: la Russel Athletic per le divise, la Riddel per caschi, armature e protezioni. La cosa strabiliante fu che potemmo scegliere tra tutti i colori delle franchigie NFL, ed essendo arancio e blu il colore dell’integratore G1000, la scelta cadde inevitabilmente sui Denver Broncos.

Dall’arrivo del cargo allo sdoganamento passarono circa 7 giorni e la preoccupazione ora era per i numeri di maglia, ad esempio per il QB c’erano a disposizione i numeri 1, 5, 9, 10, 12 ... erano le stagioni in cui Terry Brashaw e Roger Staubach avevano infranto ogni record di prestazione, dai lanci completati ai TD pass, quindi per me non vi era alcun dubbio: il mio doveva essere il numero 12. Chicco era il nostro Tony Dorsett (33), Er Tresca Dick Butkus (51), Petrola Jack Lambert (58), Mazzettone Mark Gastineau (99), il suo compagno di linea Joe Kletcho (la mitica “Sack Exchange” dei Jets) inevitabilmente doveva essere interpretato da Franco “U’ Male” Simonetti (72), Militello Earl Campbell (34), Paolo Caccamo J. Hanna (79), “Angelino” Spreafico Randy White (54) ...  ma la sorpresa più grande venne al momento dell’apertura dei cartoni: le mute erano due, una tutta bianca con bande blu e arancio, l’altra tutta arancio con bande blu e bianche ... che spettacolo!

Con la supervisione di Angelino nel ruolo di “educatore” venne effettuata la distribuzione seguendo l’ordine dei ruoli di appartenenza; dopo due giorni ciascuno aveva la propria attrezzatura, il roster era stato compilato ...

...  l’Orso era pronto per sfidare il mondo!

 

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Sezione 3

1982 – il primo campionato – girone di andata


 

Capitolo 1

gli stranieri

 

Dicembre, gennaio e febbraio volarono tra allenamenti sempre più pesanti e cene con proclami di vittorie roboanti (rima baciata n.d.a.); intanto si erano aggiunti al nostro gruppo due atleti made in USA: Carl Mobley, gigantesco colored, roccioso LB dei South Lions di Napoli, vecchia conoscenza dai tempi di Castelgiorgio; la sua stazza incuteva timore a noi che eravamo suoi compagni di battaglia, figuriamoci a chi lo avrebbe avuto contro! Per secondo americano ci aspettavamo un'altra montagna di muscoli e cattiveria ma ... si presentò un ragazzino con i capelli alla Michael Jackson anni '70, magro e alto ... i più rimasero perplessi fino a quando, al primo allenamento cui prese parte schierato da WR, prese la palla da una reverse e coprì il campo per 80 yards mandando in bianco tutti gli 11 giocatori della difesa con finte e controfinte. Schierato in difesa nel ruolo di FS fece sentire subito il peso della sua posizione con intercetti e placcaggi pesantissimi: avevamo trovato un fenomeno che nell'arco della nostra breve vita avrebbe lasciato un segno indelebile. 

Spencer Banks, colored degli stati del sud, aveva 22 anni quando inziò con noi, arrivato da Napoli (non si è mai saputo quale fosse il suo incarico all'interno della base NATO: c'è chi dice che fosse addirittura un clandestino), non parlava una parola di italiano ma per quello ci volle poco: i maestri all'interno del gruppo non mancavano.

 

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Capitolo 2

l'esordio: i Warriors

 

Arrivò il giorno del nostro esordio a Bologna, contro una squadra che avrebbe fatto la storia del football nostrano: i Warriors del compianto presidente dott. Lodi, degli allenatori Greiger e Volpini, dei giocatori Giorgio Longhi, Joseph Inzinna, Ferrandino, Terracina e tanti altri. Una squadra molto forte sia tecnicamente che fisicamente.

Esordimmo con la maglia arancio di fronte a 5.000 spettatori.

Dalle prime fasi di gioco ci rendemmo conto che non sarebbe stato facile poiché la rocciosa difesa dei Guerrieri si dimostrava impenetrabile: i dive e gli off-tackle non sortivano alcun effetto; le sweep venivano stoppate dietro la nostra linea ... dall'altra parte i loro attacchi, fortunatamente, si schiantavano contro la nostra 5-3 Defense.

La partita la stavano facendo le difese quando uno spunto di Joe Inzinna, forte giocatore USA, pose fine all'equilibrio con una corsa in TD non trasformata.

Venne il momento di utilizzare il talento e le mani di Banks: da una formazione shotgun feci partire un discreto post di circa 30 yards, Spencer volò sopra la testa di un DB avversario e, con l'ovale in mano, si involò in campo aperto  ma, per mia fortuna, venne placcato a circa 3 yards dalla goal line ... per mia fortuna, appunto, perché nell'azione successiva chiamai un QB sneak che, oltre a portarci in pareggio, mi permise di entrare di diritto nella storia con il primo TD realizzato dai Grizzlies in partite ufficiali (a volte il destino è beffardo: mie sono state la prima e l'ultima meta, la prima, realizzata su un campo e contro una squadra storica, ci vedeva proiettati verso un futuro roseo; l'ultima, neanche convalidata, su un campo dimenticato da Dio e contro una squadra che ci contendeva la permanenza in serie A); comunque la successiva trasformazione non riuscì ma la partita volse a nostro favore dopo un intercetto di Mobley ritornato in TD e trasformato dal piede di Petrola; i bolognesi accorciarono le distanze con un altro TD su corsa ma anche questa segnatura non venne trasformata.

La partita terminò con la nostra sofferta vittoria (13 a 12 il risultato finale) e ci diede un'idea di cosa era il football lontano dall'amena campagna di Castegiorgio.

L'azione del primo TD ufficiale dei Grizzlies

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Capitolo 3

la prima in casa: i Redskins

 

Ora ci aspettavano due partite in casa prima della trasferta più attesa, quella di Milano dove finalmente ci saremmo potuti confrontare con la squadra più forte, con il mito dell'imbattibilità: i Rhinos erano infatti imbattuti sia negli incontri ufficiali che nelle amichevoli disputate contro squadre italiane; vantavano, inoltre, una grande esperienza acquisita con la partecipazione a ben 2 campionati delle basi NATO, nei quali non avevano affatto sfigurato, e, soprattutto, la presenza di un grande coach: Ray Semko. La sfida aveva anche un sapore di rivincita: nessuno aveva dimenticato, infatti, gli sfottò con cui eravamo stati bersagliati l'anno precedente all'Arena di Milano in occasione del mancato incontro con la selezione della Germania Federale: quell'onta andava lavata sul campo, il loro campo.

Delle due partite che precedettero l'attesissima sfida al vecchio Giurati di Milano ricordo solo alcuni particolari, tanto la mia mente era rivolta alla partitissima contro i Rhinos.

Contro i Redskins fu un facile 12-0, e in quell'incontro mi resi conto delle potenzialità della parte sinistra della nostra linea d'attacco: Paolo e Ciccio (Caccamo e Volante), infastiditi dal comportamento degli uomini di linea difensiva avversaria, iniziarono letteralmente a "passare sopra" di loro; in particolare Paolo Caccamo "spiattellò" lo sterno di tale Guerra, riconosciuto leader della squadra scaligera, colpevole, secondo lo stesso, di averlo apostrofato in maniera "inurbana". 

Fu anche la giornata della difesa che con il DE Andrea Mazzetti costrinse l'offense avversaria a giocare dalla parte opposta alla sua, mentre i continui blitz da parte dei linebackers stopparono ogni attività dietro la linea di scrimmage.

L'attacco dei Grizzlies in azione contro i Redskins

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Capitolo 4

la conferma: le Aquile

 

Dopo sette giorni eravamo ancora a Roma contro un altro team storico: le Aquile di Ferrara; di quella squadra ricordo in particolare il potentissimo DT Andrea Bottaro, tragicamente scomparso la scorsa estate in un drammatico incidente stradale, ed uno dei pionieri di questo sport in Italia, il simpatico QB Alex Guio, giocatore che per la sua polivalenza venne addirittura impiegato come WR nella prima selezione AIFA, un vero gentiluomo sul campo e fuori.

Protagonista della partita fu Marco Militello che andò a segno con due corse, chiuse le segnature Luca Jatosti con un pass ricevuto direttamente in end zone

La partita corse via molto tranquilla, anche perché tutti avevamo la testa già alla trasferta di Milano, chiudendosi sul risultato di 19 a 0 in nostro favore.

Come consuetudine, al termine della partita, Nicola Pietrangeli portò a cena i più anziani per programmare la trasferta in terra lombarda ... da un anno, ormai, attendevamo questo evento per capire se l'aggressività, la voglia, il coraggio, l'orgoglio e l'unità di squadra potevano bastare a togliere l'imbattibilità ai Rhinos: sarebbe stato un colpo terribile da assestare alle squadre AIFA i cui giocatori si erano permessi di sfotterci nella nostra unica, e vana, apparizione milanese.

La settimana precedente LA PARTITA fu vissuta da tutti con una serietà che non ci apparteneva: tutti presenti agli allenamenti, tutti con la massima puntualità; esercizi ginnici eseguiti senza scherzare, schemi di gioco provati più di cento volte; questa volta la partita la sentivamo veramente, ci rendevamo conto che molta della nostra credibilità ce la giocavamo a Milano ma eravamo anche convinti di possedere il potenziale per affrontare al meglio la sfida.

 

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Capitolo 5

alla conquista di Milano

 

L'appuntamento era fissato, all'alba di un sabato, davanti al Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano; tanti volti tirati, un po' per l'ora insolita, un po' per l'importanza dell'appuntamento.

Il viaggio fu lungo ma, con il trascorrere delle ore, la goliardia che sempre ci accompagnava si riaffacciò tra di noi stemperando la tensione; arrivammo al casello di Milano accompagnati da un mix di canti popolari trasteverini e rap nero sparato da un maxi radione che Carl Mobley usava portare con sé in trasferta per rilassarsi (così diceva). 

Finalmente arrivammo al vecchio Giurati e nuovamente la tensione salì: scendendo dal pullman salutammo, incrociandoli, i pochi che avevamo conosciuto assistendo al precedente Superbowl presso l'Hotel Manin. Entrando negli spogliatoi si avvertiva una  tensione insostenibile: nessuno aveva voglia di parlare, i pochi scambi di parole avvenivano sottovoce e così, silenziosamente, iniziammo ad indossare l'attrezzatura ... a questo punto accade un fatto inaspettato: Carl Mobley sbuca dal bagno, con il viso decorato da strani segni tribali ed inizia, nel suo italiano approssimativo, ad arringarci spronandoci a combattere con la grinta che ci contraddistingue, urlando, con la sua voce baritonale, che in campo non ci aspettavano degli alieni ma uomini come noi, con due braccia e due gambe ... subimmo una scossa che ci diede una carica mostruosa: mai Mobley aveva parlato prima di una partita, da uomo carismatico quale era aveva colto il momento giusto per farlo, dimostrando a tutti la valenza particolare che, anche per lui, questo incontro rappresentava.

Iniziammo a cantare a squarciagola incitandoci l'un l'altro con i volti trasfigurati e paonazzi, con le vene del collo rigonfie  ... non posso pensare a quei momenti senza che un brivido brivido di emozione mi corra sulla schiena!

Entrammo in campo caricati ed eseguimmo il riscaldamento guidati dalla potente voce di Carlo Minganti, che le tribune dello stadio contibuivano ad amplificare, alla quale le nostre voci, all'unisono, facevano eco insieme al battere ritmico delle mani sui paracosce. L'adrenalina era "a mille" ... eravamo pronti!

Ci avviammo al coin toss: Fabio Annoscia, Carl Mobley, Carlo Minganti, Spencer Banks ed il sottoscritto fronteggiavamo Del Freo, Angona, Zoncati e, se non ricordo male, Brambilla o Bebo Nori, personaggi mitici del football nostrano; con loro vi era anche un colored dalle dimensioni di un elefante.

Vincemmo il sorteggio e, con grande sollievo del sottoscritto, Mobley decise di ricevere. La scelta, che si rivelerà una costante fino all'arrivo di coach Mike Ernst, era dettata dalla convinzione che la forza e la fisicità della nostra difesa avrebbe fatto capire loro che quello che andavano ad affrontare non sarebbe stato un pomeriggio di festa!

 

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Capitolo 6

la PARTITA

 

... fu un susseguirsi di tentativi e punt, in quanto le difese prevalevano sugli attacchi. In attacco i Rhinos spingevano con le loro linee ma i loro backs venivano respinti da nostri linebackers che lottavano con il sangue agli occhi su ogni drive. Dall’altra parte eravamo contrastati dalla linea di difesa milanese che con Guizzetti e Premoli interni avevano blindato ogni corsa al centro, e con Angona e Del Freo presidiavano la zona esterna coadiuvati dai forti linebackers Del Conte e Zoncati.

Alla fine del secondo quarto i Rhinos azzeccarono una serie di drive che li portarono a giocarsi 4 tentativi a meno di una yard dalla goal line ... fu l’apoteosi della nostra difesa! Non solo non riuscirono a marcare ma vennero respinti indietro di circa 6 yds ed il loro tentativo di field goal fu bloccato da un deciso blitz di Fabio Annoscia.

La prova superlativa della nostra difesa volse l'inerzia della partita decisamente a nostro favore, dovevamo sfruttare il turbamento dei giocatori avversari tentando a tutti i costi di varcare la goal line avversaria.

Il nostro attacco entra in campo partendo dalle 20 yards difensive; giochiamo con il manuale alla mano, correndo il primo down senza guadagnare neanche una yard; ancora una corsa e 0 yards all'attivo. Terzo e 10 ... ho ancora negli occhi l'azione di Joe Montana che, grazie ad un lancio effettuato a 13 secondi dalla fine del match al ricevitore Dwight Clarke, la cui ricezione viene titolata THE CATCH su Sports Illustrated, nell'incontro di semifinale contro i Dallas Cowboys era riuscito a ribaltare il risultato portando i suoi 49ers alla vittoria ... chiamo un time out. Mobley dalla sideline, accortosi delle mie intenzioni, tuona verso di me: “don’t throw this fuckin’ football”. Ma sentivo che era il momento di ergermi a protagonista dell'incontro. Ricevetti lo snap dal mio center Bomby, droppai 5 o 6 yds cercando Spencer che però è soggetto ad una doppia copertura. A quel punto dirottai il lancio su Luca Jatosti, ma non avevo fatto i conti con Carlo Trabattoni il quale dimostrò di essere, forse, il migliore fra i defensive backs milanesi,  intercettò il mio lancio riportandolo in TD ... Fui colto da nausea e conati di vomito.

La splendida prestazione della difesa, l’impegno ed il coraggio dei compagni di reparto, tutto rovinato dalla mia voglia di divenire protagonista ... e protagonista lo ero stato, in negativo!

 

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Capitolo 7

... sconfitti!

 

La squadra accusò il colpo senza riuscire a reagire; alla metà dell’ultimo quarto venimmo anche puniti da una corsa di Bebo Nori. 

A fine partita, rientrando negli spogliatoi con un 12-0 che pesava sulle nostre spalle, cercavo di evitare lo sguardo di rimprovero dei miei compagni ma, ancora una volta, lo spirito di squadra, la stima e l’amicizia ebbero la meglio: ricevetti pacche di incoraggiamento sulle spalle e sorrisi amari. Come al solito, in quegli anni meravigliosi, fu Mobley a chiudere il discorso: con una arringa degna del protagonista di un telefilm americano, eseguita in un improbabile italiano condito da frasi inintelligibili in un verace slang USA, assunse le vesti di mio personale avvocato difensore lodando, al contempo, tutta la squadra per l'impatto che, comunque, aveva avuto con la partita.

Tornammo a Roma feriti nello spirito ma convinti di non aver demeritato contro i primi della classe, di ciò ne diedero atto anche le dichiarazioni dei nostri avversari nel dopopartita che ci definirono “squadra ostica e molto fisica”.

Da quell’incontro nacque anche una profonda stima tra i giocatori dei due team che si cementò agli europei del 1985 in occasione di alcune goliardiche uscite notturne che finirono anche su qualche quotidiano milanese.

 

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Capitolo 8

l'ultima di andata: i Falchi

 

Alla ripresa degli allenamenti non fu più toccato il tasto Rhinos, ma in ognuno di noi covava la convinzione che al ritorno, in casa nostra, la musica sarebbe cambiata, vuoi per la maggiore esperienza che andavamo acquisendo partita dopo partita, vuoi per la particolare situazione ambientale che avrebbero trovato i nostri avversari.

Voltammo pagina e ci preparammo alla partita successiva contro i Falchi Modena del QB Baracchi, del fortissimo RB Aldo Stanzani (finì la carriera nei Warriors; siamo ancora in contatto da Tampa Fl., dove attualmente risiede con la moglie e dei figli bellissimi) e del roccioso DE Bazzani.

Fu una partita caratterizzata quasi esclusivamente da corse a causa di una pioggia fitta e persistente che rendeva il campo pesante e la palla viscida;  finì con il risultato di 12 a 0 in nostro favore grazie ad un TD su corsa di potenza dell'onnipresente Mobley ed uno su QB sneak del sottoscritto, entrambi non trasformati. 

La nota di colore venne dalla presenza di un giornalista americano del quotidiano per residenti in Italia “The Rome Daily American” che vergò un articolo, con tanto di foto, dal titolo “Rome Grizzlies defeat Falcons”; chiaramente tutti i nomi vennero storpiati così Mobley divenne “fullback Mosley” e da quell’articolo nacque anche il mio soprannome “QB Voltaro”.

Il girone di ritorno si concludeva con quattro vittorie ed una sola sconfitta, quindi con un rating di tutto rispetto per una squadra di esordienti. Inoltre ci eravamo confrontati con avversari diversi dai soliti amici di Castegiorgio, questo ci aveva dato la certezza di partecipare ad un campionato “vero”. 

Ora c’era il girone di ritorno, non eravamo più un’incognita ma un team affermato e temuto: i nostri avversari ci avrebbero affrontato con rinnovato rispetto, ma erano anche in grado di prenderci meglio le misure, così come lo eravamo noi.

 

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Sezione 4

1982 – il primo campionato – girone di ritorno


 

Capitolo 1

I Guerrieri nella tana dell’orso

 

Il girone di andata ci aveva segnalato come la squadra emergente dell’AIFA e ormai non eravamo più una sorpresa da sottovalutare ma una squadra ostica e di tutto rispetto, con giocatori che, nei loro reparti, facevano la differenza.

Purtroppo la nostra mentalità non ci consentiva di essere costanti in tutte le situazioni e così il girone di ritorno fu costellato da prestazioni altalenanti: nella prima giornata ospitammo i Warriors a Tor di Quinto, all’allora campo della Marina Militare; fu una giornata rovinata da un tempo inclemente ed un campo ridotto ad una risaia dalla pioggia incessante.

La partita fu risolta da un  classico intercetto di Banks, riportato a circa 9 yards dalla linea di TD, seguito da due rush di Marco Militello con seguente trasformazione di Petrola per il punto addizionale.

La partita finì con il risultato di 7 - 0 venne giocata sottotono da entrambe le squadre, più portate a non far giocare gli attacchi che a costruire azioni di gioco.

 

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Capitolo 2

trasferta  a Verona

 

Dopo una settimana ci dirigemmo alla volta di Verona per una trasferta che rimase storica per l'inserimento dei primi elementi non provenienti da squadre LIF e per la goliardia che accompagnò la spedizione: fu una notte d’inferno per i malcapitati Ciclopi, una coppia di gemellini pesanti oltre 110 kg., lunghi circa 2 metri ma corti di "pompa" e di cervello; essi furono il costante bersaglio della "crudeltà" dei Senatori.

Il clou della nottata venne raggiunto intorno alle 3,30 quando un altissimo e costante strombazzare di clacson, in pieno centro storico ed in area pedonale, annunciò l'arrivo della macchina dei “Cicci”: una fiat 131 blu notte condotta da Paolino Caccamo con a bordo Ciccio Volante e U’Male Franco Simonetti, che accompagnavano la sinfonia con canti e ritornelli dai testi irripetibili, improvvisati al momento per decantare le virtù delle ragazze venete.

Il giorno successivo, dopo essere stati abbondantemente "cazziati" da dirigenti ed allenatore per le "gesta" compiute nel corso della notte appena trascorsa, scendemmo in campo attesi da un team scaligero determinato a vendicarsi della sconfitta subita a Roma; ma fu una passeggiata e, dopo due quarti dominati sia a terra che in aria, esordirono le seconde linee che, con molta autorità, condussero in porto un facile 0-13.

Fra gli autori delle segnature ricordo un TD pass da parte del sottoscritto all’indirizzo del "Tosco" Carlo Vallecchi, mentre il secondo mi sfugge … d’altronde sono passati più di 20 anni!

 

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Capitolo 3

la battaglia di Ferrara

 

La terza giornata di ritorno ci portò a Ferrara dove trovammo ad accoglierci un clima veramente ostile: dal primo minuto i giocatori delle Aquile si comportarono in maniera poco sportiva provocandoci con insulti e sputi … a causa del nostro carattere poco accondiscendente a porgere l’altra guancia, cademmo nella trappola della provocazione e finimmo la partita sul campo con molti giocatori espulsi e con un passivo di 8-0.

Fuori dal campo la partita proseguì ed alcuni di noi dimostrarono ai giocatori avversari che insultare e sputare provocava danni alla salute, specialmente se diretti contro le persone sbagliate: in questa "opera di chiarimento" si distinsero … beh, chi ci conosceva al tempo lo può facilmente immaginare, fare i nomi non è mai stato bello; comunque si trattò di una lezione di educazione e sportività, mentre la partita giocata era stata per noi una lezione di maturità.

Giustificammo la sconfitta con il fatto che le nostre menti erano già rivolte alla partita successiva, probabilmente era una scusa ma la rivincita contro i Rhinos rappresentava per noi l'appuntamento più importante dell'intera stagione.

Ci proiettammo in una settimana di allenamenti durissimi ma, al contrario della settimana precedente l’incontro di andata, vivemmo la vigilia del match con maggiore serenità e consapevolezza nei nostri mezzi: conoscevamo “la bestia” e sapevamo di poterla domare.

 

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Capitolo 4

appuntamento con la storia

 

E finalmente arrivò quel sabato pomeriggio … la sera precedente, dopo l’ultimo allenamento, i “padri fondatori” avevano predicato l’astinenza ed il riposo e, poichè tutti ci regolammo di conseguenza, all’appuntamento con la storia ci presentammo in condizioni psico-fisiche eccellenti.

Ricordo che mi mossi da casa molto presto nonostante l’appuntamento fosse fissato per le 12,30 (la partita si giocava alle 15,00), assicurai sulla sella della mia moto la sacca con la "zampona" e mi avviai in direzione del  "Maestrelli" il campo che la S.S. Lazio ci aveva gentilmente concesso grazie alle preziose conoscenze del nostro Presidente … arrivando al campo la sorpresa: alle 10,00 di mattina erano tutti presenti: tutti sentivamo il bisogno di esserci, di stare insieme, di condividere quelle ore che ci separavano dalla gara stando a contatto di gomito. Arrivarono anche Mobley e Banks preceduti da una musica rap bombardata da un "radione" immenso che li accompagnava dappertutto; questa volta per Carl niente segni di guerra ma solo sorrisi, grandi pacche sulle spalle e parole di stima per tutti.

Tutti negli spogliatoi, alle 12,30 eravamo già sul campo per il riscaldamento e per provare formazioni e schemi.

L’arrivo dei Rhinos al campo fu salutato come un sollievo, l’attesa si era fatta snervante … eccoli i Manin’s Rhinos: tanti, ordinati, grandi e grossi, preceduti dal loro storico coach Ray Semko e dal compianto Giovanni Colombo … vederli era come trovarsi faccia a faccia con la storia del nostro football; non c’era rancore verso di loro ma solo stima e ammirazione, nonostante l’atavica avversione tra Roma e Milano.

Era bello averli come avversari: i più forti, i migliori, quelli che non si intimidivano neanche davanti agli squadroni NATO, i primi veri pionieri di questo sport: come non ricordare Chicco Guizzetti ed il suo killer instinct, i fratelli Angona, Marco del Freo, Bebo Nori oggi stimatissima voce di Sky, Gianluca Gerosa incredibile WR, Marco Del Conte a quel tempo giovanissimo LB, Zoncati altro storico LB, i fratelli Trabattoni, il centro Pittaluga ed il QB Benezzoli, il RB Brambilla …

... alle 15,00 in punto la palla fu posizionata per il kick off; la crew arbitrale era composta esclusivamente da statunitensi; la giornata soleggiata ed una temperatura mite rappresentavano le condizioni ideali per giocare a football.

 

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Capitolo 5

… l’apoteosi …

 

... l'ovale in cielo, Banks riceve e corre come una gazzella … palla alla nostra offense: due giochi a terra ed il terzo per il TE Toto Ricciotti, un classico 5/90 IN, completato per darci fiducia: 1° down!!! Le premesse sono buone; ancora a terra con Militello per far loro saggiare la nostra linea di attacco, poi corsa di Di Segni, altro pass completato su Jatosti, ed ancora 1° down … avevo già dimenticato l’intercetto subito all’andata.

Un’altra serie ci portò al punt: in campo la DEEEE! Da sinistra: Mazzetti DE, Spreafico DT, Minganti NT, Procopio DT, Simonetti DE, Pietrangeli OLB, Mobley MLB, Annoscia OLB, Di Virgilio e D’Amore CBs, Banks FS.

Si andò avanti con frequenti cambi di palla fino ad arrivare alla svolta: fumble dei Rhinos ricoperto da Nori che raccoglie e se ne va … Gaetano Giarraffa detto "Giraffa", OG destro, lo segue e lo placca prima che possa prendere il volo: nuovo fumble che viene stavolta ricoperto da noi: palla sulle 35 yards dei Rhinos e, dopo uno screen pass eseguito con successo, la palla è sulle 30 … time out: si decide di non rischiare e di tenere la palla a terra, al massimo saremmo andati per i tre punti confidando nel piede di "Petrola".

Fu una 27 sweep a consegnare Marco Militello, RB  #34, alla storia: raccolse lo snap e partì come un razzo protetto dalle guardie, sfruttando i loro blocchi si trovò in campo aperto dove liberò tutta la sua velocità percorrendo le rimanenti yards a testa bassa ... quando superò la linea di TD non ebbe neanche il tempo di realizzare l'accaduto poiché venne immediatamente seppellito da 40 compagni di squadra partiti dalla sideline per festeggiare la segnatura; nella trance dell’entusiasmo fecero addirittura crollare la porta di calcio che sorreggeva i pali.

La trasformazione di Marco Pietrangeli non andò a buon fine, ma l’entusiasmo e la consapevolezza di poter centrare l’impresa rese la difesa impenetrabile mentre l’attacco, con un perfetto possesso di palla, conduceva la squadra alla vittoria.

Eravamo la prima squadra italiana a far capitolare la leggenda degli invincibili Rhinos.

Al fischio finale non riuscivamo a lasciare il campo per la carica di adrenalina che avevamo in corpo; baci, abbracci, pacche e canti di scherno … nello spogliatoio ci accolse Nicola Pietrangeli con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro; a suo dire la cosa che lo aveva fatto godere di più era una frase dell’indimenticato Presidente Colombo: “... ci avete sverginato e … che male ci ha fatto!”.

La sera fu organizzata una pantagruelica cena in un ristorante sulla via Cassia e, come al solito, dopo i primi bicchieri di birra e di vino volò di tutto per la "felicità" del ristoratore che, capita la situazione, evitò con molta cura di esporre le proprie rimostranze.

Seguì una serata al mitico Much More organizzata da Fabio Annoscia; lì continuarono a scorrere fiumi di birra e champagne e, come ciliegina sulla torta, sullo schermo gigante vennero proiettate le azioni più belle della partita accompagnate da boati da stadio … sotto una "leggera" alterazione alcolica accaddero cose irripetibili; come al solito Chicco Di Segni venne "amichevolmente" malmenato e lanciato, poi … l’oblio. Ricordo a malapena che riuscii a tornare a casa per sbaglio (all’epoca non esistevano i navigatori satellitari) ed il mattino dopo mi svegliai come se avessi una pietra sulla testa, ma felice ed orgoglioso per aver vinto una battaglia al fianco dei miei amici, una partita che, scusate se mi ripeto, segnò una momento importante nella storia del football nostrano.

Ora, dopo Modena, ci attendevano i play-off.

 

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Capitolo 6

… verso i playoff

 

...dopo la sbornia e l'ebrezza di vittoria con i Rhinos, trovammo nuovamente i Falchi di Modena ... fu uno striminzito 0-8 (TD + trasformazione da 2 pts) ma sinceramente ricordo poco e nulla di quella giornata, invece ho bene in mente di ciò che accadde la sera prima nel Motel Agip di Modena Nord: i soliti noti si misero immediatamente in evidenza al calare della sera: gavettoni nei corridoi, spedizioni punitive anti-Ciclopi, toga party XXX improvvisati e caccia sfrenata ad un gruppo di studentesse parigine che, precauzionalmente, si erano barricate nelle loro stanze! Nonostente l'invito alla professionalità del buon Riccardo Pavone, nostro accompagnatore, il tutto andò avanti per quasi tutta la notte precludendoci un possibile successivo alloggio in quella struttura.

Ma perchè tutto ciò? Perchè per noi orsi la partita vera si sarebbe giocata 15 giorni dopo, a Marina di Pietrasanta, presso Forte dei Marmi, contro un avversario che, anche se non aveva la storia ed il carisma dei Rhinos, era sempre un pezzo di storia dell'AIFA: i Frogs di Gallarate ci aspettavano per giocarsi contro di noi, l'accesso alla finale di Genova

... la nostra era ormai una convinzione: come erano caduti i Rhinos, sarebbero caduti anche i Frogs.


 

Sezione 5

1982 – 2008  epilogo

 

… beh, chi legge sarà curioso di sapere come proseguì la Nostra storia…è difficile andare avanti:

è difficile perché quello raccontato fu l’anno dei pionieri, degli esordi, dei primi innesti provenienti dalla nostra giovanile. Seguirono anni difficili e anni pieni di soddisfazioni che culminarono con la convocazione nel 1985 di 6  Orsi agli europei di Milano, l’addio di Carl Mobley con l’arrivo di coach Ernst che diede una svolta al nostro gioco in attacco, dell’anno dopo quando sbriciolammo ogni record per yards conquistate e TD segnati, l’arrivo di Larry Morris  e Robert Santiago al posto di un amatissimo Spencer Banks… l’epilogo di quella stagione incredibile in un caldo pomeriggio di giugno contro i Lions di Bergamo… la nostra resa,  figlia di una serie di scelte cervellotiche dell’ormai (troppo) nutrito coaching staff, tensioni all’interno della squadra sempre dettate da motivi di svecchiamento… e da lì le partenze di Carlo Volante prima, del compianto Paolino Caccamo poi,  destinazione Bologna… l’ultimo anno, una serie di partite alterne, una squadra imbottita di ragazzini e Noi pochi a fare da chiocce, fino all’ultimo atto: lo spareggio per non retrocedere, condotto abilmente da una crew arbitrale che con il passare dei minuti ci condannava inesorabilmente a sparire: nella mia memoria di giocatore 2 TD: il primo che ci proiettava nel paradiso dei grandi e l’ultimo che ci affossava definitivamente tra i mediocri.

E’ stato un periodo unico per molti di Noi, un periodo che viene ricordato ogni anno con una cena prima delle festività natalizie: una cena di ricordi fino a ieri, una cena di speranza da un paio di anni, da quando un gruppo di “ex”giovani speranze del football nostrano, ha deciso di far tornare a correre sui campi la “zampa”; è bene che, chi si avvicina oggi a questo sport, a questi colori, sappia leggere bene tra le righe di questo racconto; al primo posto troverà l’amicizia, il vero catalizzatore, poi l’amore per lo sport, l’avventura, la spensieratezza e… la giovinezza, un dono prezioso che ti accorgi troppo tardi quando viene a mancare. A questi nuovi orsetti e ai miei amici di sempre voglio dedicare questo spaccato di vita: per i primi sia di stimolo e per gli altri sia sempre una finestra aperta su quel periodo inimitabile della nostra vita.

Boomer 12


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